A 80 anni dal 25 aprile del 1945 che cosa significa celebrare la Festa della Liberazione?
Come viene percepita dai giovani italiani? È ancora una data fondamentale per il nostro Paese? Proviamo a riannodare le fila della storia.
Carica di significato simbolico per alcuni, portatrice di motivi di divisione per altri, semplice data festiva sul calendario utile per programmare una vacanza per altri ancora. A 80 anni esatti dal 25 aprile del 1945, con il mondo che rischia di prendere derive inimmaginabili solo fino a qualche anno fa, le domande sul significato attuale della Festa della Liberazione sorgono quasi spontanee. Cosa vuol dire celebrare questa giornata oggi? Come la percepiscono gli italiani, soprattutto i più giovani? Qual è la sua eredità storica?
Orizzonte di senso
«Come molte altre feste civili, anche quella del 25 aprile è portatrice di molteplici significati: quasi una sorta di data prêt-àporter, a cui ognuno dà l’accezione che preferisce o più gli fa comodo», risponde in prima battuta Luca Baldissara, docente di storia contemporanea all’Università di Bologna che prosegue: «Negli ultimi 30 anni, in particolare, questa festività è stata sovraccaricata di polemiche politiche spesso strumentali, messa in discussione o rilanciata soprattutto dal punto di vista mediatico». Dibattiti talvolta sfociati in diverbi anche accesi che ne hanno occultato il significato originario, tanto che il docente nel suo libro 25 APRILE. La storia politica e civile di un giorno lungo ottant’anni. È ancora una data fondamentale per l’Italia di oggi? si interroga proprio sulla valenza attuale di questa festività.
Nel rispondere Baldissara ritiene indispensabile partire dal senso profondo di ciò che davvero ha rappresentato storicamente quella giornata. «Anche se è chiamata Festa della Liberazione, in realtà, non segna solo la fine dell’occupazione nazifascista e il recupero della libertà – spiega –, ma è anche il momento chiave della fondazione di una nuova società, più equa, più partecipata, più democratica». Si trattava di dare al Paese una forma di autogoverno mai conosciuta e sperimentata prima: una vera democrazia sostanziale di massa. «Strettamente connesso con la festività del 2 giugno, il 25 aprile è, infatti, il momento in cui si muovono i primi passi verso quella democrazia italiana che troverà il suo habitat nella Repubblica e compimento normativo nella sua legge fondativa: la Carta costituzionale del 1948»..
Archeologi civili
Un vero e proprio manifesto programmatico, redatto sulla base di tutte le istanze antifasciste dell’epoca, dai cattolici ai comunisti, che in quegli articoli trovano un compromesso, nel senso più nobile del termine. Continua Baldissara: «È con il 25 aprile che inizia l’insurrezione antifascista di tutti i giorni, diversa dalla rivoluzione, che consentirà di traghettare il Paese dalla fine della guerra alla pace, senza cadere nel caos». In quest’ottica, il 25 aprile del 1945 diventa un punto di partenza fondamentale per capire che tipo di Paese immaginavano di costruire le generazioni di allora, cercando anche di superare la stagione delle lotte e delle violenze fratricide, nel nome di una nuova idea di democrazia avanzata. Ecco allora che ricordare ciò che è stato, è indispensabile per fare i conti con ciò che siamo oggi e, soprattutto, con ciò che vogliamo essere in futuro. Un argomento che vale per tutti, ma ancor di più per le giovani generazioni. «Occorre riandare alla storia, quasi vestendo i panni di archeologi civili, per avviare un’alfabetizzazione democratica che avrebbe bisogno di maggiori spazi di confronto e conoscenza, in modo da sgombrare il campo da miti, contro miti, immagini e suggestioni spesso infondate», afferma Baldissara che nelle scuole superiori dove viene invitato incontra spesso giovani attenti, sensibili e motivati, ma che conoscono poco di ciò che è stato..
Nel suo significato più alto
Non è il caso di Gabriele Bartolini, ventunenne romano studente di giurisprudenza, presidente della sezione ANPI Trastevere Casa della Memoria, che a soli 17 anni ha sentito forte il desiderio di impegnarsi politicamente. «Cercando un’attività politica in senso lato – racconta – mi sono imbattuto nella festa per i 100 anni del partigiano Mario Fiorentini e così, pur senza amici o parenti iscritti, mi sono avvicinato all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia». Giovanissimo, ha già alle spalle quasi un lustro da iscritto ANPI, è tra i membri del comitato provinciale di Roma e partecipa a diversi gruppi di lavoro come quello sulle giovani generazioni. Certamente un caso di gioventù impegnata, che conosce la storia recente ed è interessata a partecipare attivamente a quella dei nostri giorni. Tanto che viene naturale chiedergli come vivono lui e i suoi coetanei la giornata del 25 aprile. «Non voglio parlare né in nome né per conto di altri ragazzi della mia età – risponde, però, senza indugio Bartolini che così respinge al mittente l’etichetta di simbolo di una generazione –. Sarebbe ingiusto e impossibile rappresentare le tante situazioni diverse dei mei coetanei». Scendendo allora nel personale, il giovane presidente della sezione ANPI Casa della Memoria spiega cosa significhi per lui questa giornata che quest’anno, proprio per l’anniversario degli 80 anni, assume un’importanza, se possibile, ancora più grande. «Il 25 aprile è una festa istituzionale perché la Repubblica e le sue istituzioni sono figlie della guerra di Liberazione, è una festa nazionale perché l’insurrezione generale del Nord Italia libera finalmente il popolo italiano tutto, è infine un momento di profonda riflessione non solo su quanto è stato fatto liberando il nostro Paese dalla dittatura fascista, ma soprattutto su quanto ancora c’è da fare per attuare il progetto sociale contenuto nella Costituzione».
Come promemoria
E proprio la difesa e il rilancio della Carta costituzionale e delle sue istituzioni, insieme alla salvaguardia della memoria attiva per non dimenticare quello che è stato, è il doppio binario sul quale viaggia l’impegno dell’ANPI. «Con il passare del tempo – riflette Bartolini – vengono a mancare i testimoni diretti di quella storia: la sfida è cercare di mantenere vivi quei ricordi, ricercando e studiando il passato anche se così diverso dal nostro presente». Un richiamo fatto apposta per tutti coloro che sembrano aver perso interesse, non tanto per i valori fondanti della Repubblica, quanto verso la partecipazione democratica. «Tra i miei amici e coetanei trovo tante persone intelligenti e impegnate, ma talvolta poco consapevoli di quanto sia determinante la partecipazione attiva alla vita politica», continua Bartolini. Anche per questo l’ANPI va con i suoi iscritti, giovani e meno giovani, nelle scuole e ha da poco messo a punto il progetto Memo (memo.anpi.it), una mappa interattiva dei monumenti e dei luoghi della Resistenza. «Penso che calpestare gli stessi sentieri di chi ha combattuto per la libertà, attraversare fisicamente gli spazi in cui si sono scritte pagine memorabili di storia sia il modo più potente per riflettere su ciò che è stato e magari desiderare di approfondire », conclude Bartolini. Un consiglio prezioso per far diventare la giornata del 25 aprile, oltre che occasione di legittimo svago, anche un momento di riflessione profonda su quanto la storia passata ci ha donato.


Sulle ali della libertà
Resistenza, Liberazione, Costituzione: l’attualità del 25 aprile nelle parole dello scrittore e giornalista Corrado Augias.
Parlare con Corrado Augias di 25 aprile significa riassumere tutta la questione in una sola parola, per niente semplificante: Costituzione. Ogni domanda, ogni riflessione – sia sul fatto storico che sull’attualità – si concentra sempre su quella Carta che finì per incarnare la nostra Liberazione. Costituzione. «Non ho memoria di quel giorno – ci racconta riferendosi al 25 aprile –. Né testimonianza diretta, perché per chi viveva sotto la Linea gotica, l’anno della Liberazione è il ’44.
Per noi a Roma furono indimenticabili quella domenica e quel lunedì del 4 e 5 giugno». I giorni in cui le truppe americane del generale Mark Wayne Clark riuscirono a superare le ultime linee difensive dell’esercito tedesco per entrare nella Città Eterna senza incontrare resistenza e ricevendo l’entusiastica accoglienza della popolazione romana. Dunque niente aneddotica, sebbene nell’aprile del ’45 Augias fosse comunque un bambino che aveva da poco compiuto 10 anni.
Di robusta Costituzione
Classe 1935, è tra i giornalisti e scrittori più seguiti e amati. Di cultura enciclopedica, oppone la complessità alle semplificazioni, il garbo alla volgarità, lo studio e la scrittura all’ignoranza. È un ebreo battezzato cattolico che si professa ateo e che mostra un immenso interesse per Dio. Saggista, giallista, sceneggiatore per il teatro, autore e conduttore di innumerevoli programmi televisivi, Corrado Augias è sempre stato, come si dice, un giornalista dalla schiena diritta. Parlare dunque di 25 aprile e di Liberazione con Augias diventa fatto complesso, nella consapevolezza della differenza – spesso anche profonda – che c’è tra il liberarsi e il rimanere liberi. Da questo punto di vista per Augias il passaggio dalla Resistenza al varo della Costituzione italiana è decisivo.
La Liberazione nazionale, certo. «La nostra Resistenza – dice Augias – ci permise di liberarci con dignità. Poi dopo la Liberazione arrivò la libertà e la nostra Costituzione ci permise di ritornare a pieno titolo nel consesso internazionale.
La carta di legittimazione per presentarsi di nuovo davanti al resto del mondo, dopo la fine della Seconda guerra mondiale e del nazifascismo».
Quest’anno la Festa della Liberazione è al suo ottantesimo compleanno. E per parlarne Augias ritorna alla Costituzione: «La Resistenza e l’antifascismo italiano diedero all’Italia un’opportunità che i nostri ex sodali dell’Asse non ebbero. I tedeschi e i giapponesi, per intenderci, scrissero le loro carte fondamentali sotto l’egida e il controllo vigile degli statunitensi. Noi no. La nostra Costituzione, proprio grazie al nostro 25 aprile, l’abbiamo scritta da soli, senza nessun supervisore. Noi abbiamo avuto un’Assemblea costituente – rimarca – che si mise al lavoro il 25 giugno del 1946 con un mandato popolare e che terminò i suoi lavori il 22 dicembre del 1947.
Prima avevamo avuto solo delle concessioni, come lo Statuto Albertino, per gentile cortesia dei Savoia. Per questo il 25 aprile è importante, è fondamentale». Non avevamo conosciuto mai niente di simile, ci dice Augias.
Figlia del 25 aprile, la Costituzione è «il nostro scudo a difesa della libertà. C’è dentro tutto quanto possiamo esprimere parlando di 25 aprile. La libertà. Di parola, di riunirsi e discutere, di dissentire, di essere cittadini a pieno titolo e non sudditi».
E a chi dice che il 25 aprile è superato dalla storia? Augias si spazientisce: «Queste obiezioni non hanno senso, proprio perché da quella Liberazione è derivata la nostra libertà». Insistiamo: c’è oggi chi ha in odio sia il 25 aprile che la nostra Costituzione.
A questo punto Corrado Augias smette di rispondere e legge: «Articolo 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Articolo 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Finito di leggere dice: «Quale persona sensata può avere in odio queste parole?».
(Raffaele Palumbo)